Fotografi Famosi

nov
17

I nuovi appuntamenti di Image Academy

by Alfredo Rodia, under Fotografi Famosi, Mostre ed Eventi

Image Academy, incoraggiata dall’interesse e dalla partecipazione di appassionati ed amici agli incontri di cultura fotografica che si sono svolti in ottobre, torna a proporre una nuova straordinaria serie di appuntamenti condotti da prestigiosi professionisti della fotografia.

Anche queste serate di tecnica, storia ed arte dell’immagine ottica e digitale saranno aperte alla libera e gratuita partecipazione del pubblico: tutti gli appassionati sono invitati a partecipare.

Gli eventi sono proposti da Image Academy, Scuola di comunicazione visuale per la fotografia, il video ed il web, e organizzati con il supporto logistico di Photo19, per la promozione della cultura fotografica attraverso conferenze, dimostrazioni, eventi con la partecipazione dei maggiori esponenti della tecnica e dell’arte fotografica. Questa originale offerta formativa costituisce un’opportunità pensata per chi ama utilizzare l’immagine per la produzione espressiva.

Venerdì 3 dicembre, dalle ore 21
Presso il Centro Parrocchiale di S.Maria in Silva, via Sardegna n. 24, Brescia.
Conferenza con proiezione immagini.
DEL FURORE DI POSSEDERE LIBRI FOTOGRAFICI
Maurizio Rebuzzini Storico della fotografia e docente universitario

Venerdì 10 dicembre, dalle ore 21
Presso l’Auditorium della sede Confartigianato di Brescia, Via Orzinuovi n. 28.
Storico ed imperdibile incontro con un indiscusso protagonista della fotografia italiana e mondiale.
CINQUANT’ANNI DI RACCONTI IN BIANCO E NERO
Gianni Berengo Gardin
50 anni di arte e creatività nelle immagini di un Maestro della Fotografia Mondiale.

I prossimi appuntamenti:
16 – dicembre – MONTAGGIO VIDEO PROFESSIONALE: Riccardo Andreaus
14 – gennaio – IL BELLO DEVE ANCORA VENIRE: Claudio Amadei
20 – gennaio – FOTOGRAFIA ASTRONOMICA: Renato Pellegrini
4 – febbraio – M.OBJECT: Simone Andreella
11 – febbraio – MODA: Settimio Benedusi

Per ulteriori informazioni sulle iniziative didattiche, corsi e workshop:

www.imageacademy.it


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set
02

Henri Cartier Bresson

by Alfredo Rodia, under Fotografi Famosi

Biografia

Henri Cartier Bresson nasce a Chanteloup il 22 agosto 1908 in una famiglia alto borghese amica delle arti.

Henri inizia la sua carriera artistica attirato dalla pittura divenendo allievo di Jaques-Emile Blanche e di André Lhote e frequentando i surrealisti; nel corso del tempo si dedica anche al cinema dirigendo 2 pellicole Return to Life del 1937 e Le Retour del 1945.

Compra la sua prima macchina fotografica, una Leica 35mm con un obiettivo 50mm, in un viaggio in Costa d’Avorio; nel 1934 la sua vita artistica subisce un notevole cambiamento quando incontra i due fotografi David Seymour (David Szymin) e Robert Capa (Endrè Friedmann) con i quali nel 1947 fonda la Agenzia Magnum assieme a George Rodger e William Vandivert.

Espone la sua prima mostra nel 1932 nella galleria Julien Levy, ma è nel 1933 che inizia un lungo viaggio esplorativo in Spagna in cui Bresson riesce ad applicare la sua filosofia del “momento decisivo”.

Durante la seconda guerra mondiale entra nella resistenza francese continuando comunque a fotografare, finita la guerra, nel 1946, il MOMA di New York credendolo morto, dopo che si era diffusa la notizia della sua cattura da parte dei tedeschi, gli organizza una mostra postuma: saputo dell’evento vi partecipa organizzando minuziosamente l’esposizione che viene presentata nel 1947.

Nel 1968, Henri Cartier-Bresson inizia gradualmente a ridurre la sua attività fotografica per dedicarsi al suo primo amore artistico: la pittura.

Nel 1979 viene organizzata a New York una mostra tributo al genio del fotogiornalismo e del reportage. Nel 2000, assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie crea la Fondazione Henri Cartier-Bresson, che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti; nel 2002 la Fondazione viene riconosciuta dallo stato francese come ente di pubblica utilità.

Bresson muore a L’Isle-sur-la-Sorgue il 3 agosto 2004.

Presentazione

Forse una delle frasi più conosciute di Bresson recita: “È un’illusione che le foto si facciano con la macchina…. si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa”, dietro questa frase si nasconde tutta la complessità dello spirito artistico e umano di Bresson; laureato oltre che in pittura anche in filosofia, Bresson ha espresso nei suoi lavori un percorso artistico frutto della commistione delle conoscenze tecniche e concettuali acquisite durante il suo excursus studiorum e la sue esperienza di vita. Proprio a questo riguardo Rosa Maria Puglisi dice:”non a caso è stato definito un classicista: lo è, non solo per la sua attenzione ai canoni della forma e agli equilibri geometrici dell’immagine, ma soprattutto per il suo costante indagare sui valori dell’esistenza, sull’essere umano e i suoi rapporti con il mondo”.

Bresson inizia la sua formazione artistica dedicandosi alla pittura, spostando il suo interesse poi sulla fotografia ancora in giovane età e alla cinematografia; Bresson asseriva: “La fotografia è un’azione immediata; il disegno una meditazione” quasi a voler sottolineare la differenza sostanziale che c’è nel processo creativo di queste due arti spesso sovrapposte erroneamente. La sua preferenza per la fotografia sembra quasi voler dare voce alla sua continua ricerca per la rappresentazione di quanto lo circonda, di quanto c’è nel mondo reale, egli stesso espone il suo intento con frasi di grande effetto quali: “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un fatto e l’organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che esprimono e significano quel fatto”.

La Tecnica

Bresson ha girato il mondo impugnando la sua Leica M3 utilizzando quasi esclusivamente la lunghezza focale 50mm, solo in pochi casi ha sostituito tale obiettivo con altre lunghezze focali, tornando però sempre poi all’obiettivo “normale”. La scelta di Bresson sia della macchina fotografica, più leggera e meno ingombrante delle reflex o delle macchine a medio formato, e della lunghezza focale “normale”, usata quasi in esclusiva, ci permette di comprendere meglio il suo modo di approcciare la fotografia: la sua volontà di riportare un punto di vista immediato e quanto più simile alla prospettiva che il nostro occhio ci dona e che la nostra mente è in grado di cogliere con maggiore facilità; si potrebbe affermare che Bresson scelga quel tipo di obiettivo come a voler donare all’osservatore la possibilità di poter presenziare alla scena senza averla vissuta fisicamente.

La ricerca, nell’opera di Bresson, dell’utilizzo di tecniche sperimentali o di altri artifici sarebbe controproducente, egli stesso affermava infatti che “… la fotografia non è cambiata dalle sue origini, tranne negli aspetti tecnici, che non sono la mia maggiore preoccupazione” e, sebbene apprezzasse la sua macchina fotografica, egli stesso riconosceva che questa non era altro che un mezzo al servizio del fotografo: “La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità”.

Definendo Bresson come un classicista si potrebbe cadere nell’errore di osservare l’opera del maestro francese facendo attenzione alla sola composizione o alla struttura tecnica del fotogramma. Questo è il tipico errore di chi osserva l’opera dei neoclassicisti senza indagare su cosa ci possa essere oltre la forma che per prima si presenta all’osservatore; esattamente lo stesso discorso può essere fatto riguardo l’opera di Bresson, non cogliendo in pieno così la maestosità del lavoro che ci è dinanzi: “una foto si vede nella sua totalità, in una volta sola,….la(sua) composizione è una coalizione simultanea, la coordinazione organica di elementi visuali. Non si compone in maniera gratuita, ve ne deve essere una necessità e non si può separare la sostanza dalla forma”; limitarsi ad osservare la sola componente tecnica in una foto di Bresson è come trovarsi di fronte un quadro di Raffaello senza poterne però apprezzare i colori. Non posso dunque che trovarmi d’accordo con Sansone Romano quando afferma: “Se in una foto che si vuole bressoniana la composizione si fa notare, probabilmente c’è qualche cosa che non va”.

Il Momento decisivo

Proprio in considerazione di questa sua visione dell’essenza della fotografia si è così nel tempo creata la definizione di fotografia bressoniana termine con il quale spesso si indica, erroneamente, la sola capacità di poter cogliere un istante irripetibile, arrivando persino a limitare quella visione così complessa e completa che Bresson ricercava nella sua opera; Romano Sansone scrive a riguardo: ”si è creata una grande confusione interpretando l’istante decisivo di HCB come l’attimo fuggente, cioè il compiersi di un evento in un lasso di tempo al limite della velocità di reazione del fotografo”.

Osservando l’opera artistica di Bresson infatti si comprende benissimo che non sia la mera velocità di reazione a donare tali risultati, ma uno studio ben più profondo di quanto ci circonda, una ricerca di analisi della società e delle persone: l’osservare lì dove altri sanno solo vedere ”Per guardare bene, bisognerebbe imparare a diventare sordomuti”; a tal proposito trovo molto appropriate le parole di Romano Sansone quando dice: “Mi azzarderei a dire che l’istante decisivo non è nella scena ma nella mente del fotografo, quando riconosce che tutti gli elementi della scena sono al posto giusto, in un giusto rapporto tra di loro e con l’ambiente che li circonda”.

Bresson ha cercato, riuscendo il più delle volte, di cogliere quegli elementi posti in modo che potessero essere portatori di un messaggio che esula da una qualsiasi forma di critica politica religiosa o morale. Le sue foto sono un documento eccezionale: un occhio gettato sulla vita reale di tutti i giorni. Proprio in virtù di questa sua idea, rifiutò sempre che i suoi soggetti si mettessero in posa, lasciandoli invece liberi di agire in modo da cogliere quella naturalezza nei gesti che egli poi sapeva fermare in pose immobili piene di dinamismo e studio interiore.

Sansone in un suo articolo scrive: “l’istante decisivo può essere anticipato e giungere alla fine di un’attesa più o meno prolungata; a volte non c’è neanche un evento in evoluzione, la scena è statica ed il fotografo ha tutto il tempo per scattare”.

Il reportage

Per me la fotografia di reportage ha bisogno di un occhio, un dito, due gambe”, così Bresson una volta ha risposto a chi gli chiedeva quale attrezzatura era necessaria per poter fare dei buoni reportage. Come sempre le semplici risposte di Bresson nascondevano una riflessione profonda e articolata del suo modo di pensare. Varie volte Bresson ha espresso l’idea di non essere per nulla interessato alla fotografia in quanto tale, ma a cosa poteva trasmettere attraverso di essa; con questa ottica si deve analizzare il concetto di reportage per Bresson, egli indaga quanto osserva senza criticare, ma solo riportando fedelmente uno scorcio di un evento o di una porzione di realtà così come è; Roberto Maggiori scrive riguardo a ciò: “Bresson pur attraverso una minima eleganza formale, privilegia dunque l’approccio documentario; ma non una documentazione analitica, bensì un documento istantaneo, istintivo, sintesi di una situazione colta velocemente nel suo divenire… Più che fotografie le sue sono porzioni di tempo e spazio vissuti dall’autore e memorizzati dalla macchina fotografica”.

Bresson viaggia per il mondo visitando luoghi e documentando le situazioni in cui si viene a trovare abbandonando l’immagine sensazionale ricercata dai suoi colleghi, ricercando invece un messaggio più profondo, evita volutamente le esagerazioni per dedicarsi agli effetti sulla persona comune. Pretendeva che le sue foto fossero pubblicate esattamente come le consegnava e che le didascalie fossero strettamente informative, egli stesso scrisse ad un suo editore: “Lasciamo che le foto parlino da sé e, per amore di Nadar, non permettiamo che delle persone sedute dietro ad una scrivania aggiungano ciò che non hanno visto”.

Osservando le opere dei reportage di Bresson non si può non intuire un legame, una storia che si sviscera lungo il percorso delle sue immagini, poste in tempi e luoghi differenti ma unite da un legame tale che nella visione di insieme formano un concetto, una storia, una descrizione unica che, attraverso i nostri occhi, giunge direttamente alla nostra mente e al nostro cuore: “[il reportage ndr] è un’operazione progressiva della mente, dell’occhio e del cuore per esprimere un problema, fissare un evento o delle impressioni”.

Il ritratto

Anche nel ritratto Bresson ha cercato di portare, nel corso della sua lunga carriera di fotografo, la sua personale ricerca del riuscire a catturare non solamente le forme di ciò che poteva osservare nel mirino; egli diceva: ”Più di tutto, io cerco un silenzio interiore. Cerco di tradurre la personalità e non una sua sola espressione”. La frase di Bresson chiarisce senza ombra di dubbio il suo intento. E ci spiega anche il perché delle sue scelte anche in questo ambito fotografico.

I soggetti dei ritratti di Bresson non sono mai in posa e l’artista fotografa il soggetto in azioni quotidiane o comunque nel suo ambiente, molto spesso il soggetto non guarda nell’obiettivo e quando ciò avviene sembra farlo con un gesto naturale, come se la macchina fotografica non esistesse tra l’artista e il soggetto; spesso le composizioni sono verticali, altre volte viene usata una composizione orizzontale per dare aria allo sguardo del soggetto quasi come a volerci lasciare intendere il flusso dei pensieri del ritratto.

Ha fotografato personaggi famosi e persone comuni, utilizzando anche in questo ambito il 50mm per poter essere prossimo al soggetto ritratto, sempre usando la sensibilità d’animo che è onnipresente nella sua opera sempre dando importanza al rispetto e alla discrezione: “È sempre una piccola violenza mettere qualcuno sotto l’occhio vitreo della macchina fotografica. Bisogna farlo con eleganza come un “banderillero”, ma senza ferire”.

Osservando l’opera di Bresson si osserva la ricerca dell’artista di trasportare non solo l’immagine esteriore del soggetto ritratto, ma il complesso insieme di sentimenti e pensieri che formano la coscienza stessa dell’individuo, Maurizio De Bonis scrive a riguardo: “il quale(Bresson ndr) considerò sempre il ritratto una sorta di indagine psicologica e umana sulla caleidoscopica stratificazione dell’individuo”.

Lo Scrap Book

Lo Scrap Book è l’album che Cartier-Bresson preparò per la mostra al MOMA nel 1946. Partito per gli USA con circa 300 foto nella valigia, all’arrivo acquistò un album (scrap book in inglese) e vi collocò le immagini per mostrarle ai curatori. Dopo la mostra, finì sepolto in una valigia e poi nella biblioteca di casa, dove passò inosservato alla stessa moglie dell’artista fino al 1992, quando Cartier-Bresson ne aveva rimosso gran parte delle immagini a causa del deperimento della carta dell’album: soltanto 13 pagine rimasero integre. Nel 2007 la fondazione dedicata a Cartier-Bresson decise di editarlo in volume in un’edizione restaurata ma il più possibile fedele all’album originale.

I Reportage

Da una Cina all’altra (1952)
Danza a Bali (1954)
Mosca (1954)
Delitti Flagranti (1969)
Viva la Francia (1970)
L’Uomo e la Macchina e il Volto dell’Asia (1972)

Bresson visto da Raymond Depardon

“È unico. Ha voluto che la sua fotografia fosse diffusa e non rarefatta, che fosse visibile tanto sui giornali quanto nei musei. È fondamentale. E ha inventato un modo di lavorare e di funzionare. Ha imposto lo sguardo e lo statuto del fotografo. Henri ci ha insegnato a essere liberi. Ed è per questo che è riuscito a dare energia alle immagini. Ha privilegiato la strada come spazio nel quale si rivela una società. E ha anche imposto l’obiettivo unico, il 50 mm. L’avvenire mostrerà che Henri era più politico di quanto non si pensi. Henri Cartier-Bresson ha saputo mantenere una distanza, pur prendendo la sua posizione di fotografo. È questa l’eredità che ci lascia.”
Raymond Depardon, Le Monde, 29 agosto 2004

Fonti

Sansone Romano – Editorialista di Nadir Magazine – Articolo
Rosa Maria Puglisi – Fotografa e Collaboratrice di Cultframe – Articolo
Maurizio G. De Bonis – Direttore Responsabile di Cultframe – Articolo
Roberto Maggiori – Direttore di Around Photography – Articolo


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